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Dolomiti di ferro e fatica

Sport&natura - - di

Avevo 14 anni quando per la prima volta mi misero un imbrago in vita, un caschetto in testa e due moschettoni in mano. Eravamo sul Piccolo Lagazuoi e scendemmo per le gallerie di guerra.

L’esperienza fu emozionante anche se la cosa che quel giorno mi divertì di più fu correre all’impazzata giù dai ghiaioni alla base della funivia. Fu così che distrussi le mie prime pedule.

Dovetti aspettare altri quattro anni prima di cimentarmi ancora in una ferrata (la “Bolver Lugli” sulle Pale di San Martino) ma quella volta l’emozione, il panorama, la roccia, tutto si impresse nella mia memoria e mise il primo seme di un amore che tutt’oggi mi trascina rigoglioso in giro per i monti.

FerrataDa allora non so dire quante decine di ferrate abbia fatto e quanto tempo (poco) passò prima che mi appassionassi alla scalata vera e propria: quella su roccia. Resta comunque indiscusso che senza quella prima esperienza e senza quel fidato cavo d’acciaio, non so quanto tempo sarebbe dovuto passare prima di avvicinarmi all’arrampicata e alle pareti.

La ferrata venne definita a fine ‘800 come una “strutturazione di una nuova via, adatta anche per scalatori non esperti, grazie all’ausilio di chiodi di ferro e funi metalliche”. Percorrere questi itinerari nelle Dolomiti permette di immergersi in leggendarie pareti senza dover portare con se il peso del materiale d’arrampicata.

Molte volte è capitato che amici o clienti del negozio mi chiedessero consigli su quali fossero le ferrate più significative delle Dolomiti. Una domanda alla quale ho sempre avuto difficoltà nel rispondere: per me ogni itinerario ha due storie, quella della parete che solca e quella che scriviamo noi una volta percorso.

Se però mi puntate un orso alla tempia (sono contro le armi) costringendomi a darvi dei nomi probabilmente dalla mia bocca uscirebbero queste parole:

  • “Bolver Lugli” sulle Pale di San Martino
  • “Stella Alpina” sull’Agner
  • “Costantini” e “Alleghesi” sul Civetta
  • “Tridentina” sul Sella
  • “Bocchette alte” in Brenta
  • “Pisetta” sul Piccolo Dain
  • “Passo Santner” sul Catinaccio

A più di cento anni dalla prima Via Ferrata sull’arco alpino resta ancora accesa la discussione sull’opportunità o meno di tracciare nuovi itinerari di questo tipo. Le opinioni sono divise tra chi le considera vie d’accesso avventurose alla portata di molti e chi invece le vede come meri esercizi di stile per fabbri e trapanatori in cui si perde il vero senso della parola Alpinismo.

Per quanto mi riguarda auguro a tutti che la Ferrata sia solo l’inizio di un percorso più lungo in cui sulla strada per la cima inevitabilmente troverete anche voi stessi.

Buone avventure!

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